Stanley Greene ad Internazionale a Ferrara: l’anima in uno scatto

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Questo articolo è scritto di getto, al termine della presentazione, in occasione del Festival di Internazionale a Ferrara, della mostra “Urban Survivors” di Stanley Greene, uno dei più grandi fotografi di reportage degli ultimi decenni (vincitore di cinque World Press Photo).

Le esperienze raccontate mi hanno fatto riflettere ed aprire gli occhi su un modo molto interessante di “fare” fotografia. Per questo,  vorrei cercare di condividere con voi, ciò che mi ha trasmesso questa intervista.

Qualche breve nota biografica di Stanley Greene è d’obbligo: nasce nel 1949 e inizia come fotografo di gruppi punk-rock, per finire, nel giro di qualche anno, in qualità di foto reporter, nel bel mezzo di quasi tutte le principali guerre che voi ricordiate: Ruanda, Croazia, Kashmir, Azerbaijan, Georgia, Iraq, Libano, Somalia e  da ultima la guerra in Cecenia, la sua ossessione (vi restò quasi 10 anni), di cui includo un video fotografico tratto dal suo libro Open Wound:

Open Wound – Stanley Greene from José Bautista on Vimeo.

Stanley ha parlato del ruolo del foto-reporter, chiamato a rappresentare, attraverso scatti fotografici, storie di una particolare realtà storica. Ha spiegato come, inizialmente, utilizzasse un approccio distaccato rispetto alla situazione ed alle persone che andava ad immortalare con la sua fotocamera. Con l’aumentare dell’esperienza sul campo, però, capì che commetteva un grosso errore e maturò la riflessione che trasformò in qualcosa di intimo il suo modo di fare fotografia.

E’ inevitabile, se si vuole comunicare, senza filtri, la realtà di certi contesti, sviluppare un certo livello di empatia, facendosi coinvolgere dalle problematiche e dal quotidiano degli individui.

Solo così è possibile cogliere l’anima della foto che sta per essere scattata.

Un concetto profondo, di incalcolabile valore e che sicuramente mi condizionerà nel futuro.

Molto significative sono state le storie che si celavano dietro ai lavori esposti; ad esempio, quello di una coppia di coniugi, poverissima, che dopo tantissimi vani e dolorosi tentativi, era finalmente riuscita a mettere al mondo un bambino malato, ma vivo; l’avevano chiamato “Moran”, cioè “Morte”, quasi a voler sfidare il fato.

Il padre, una figura esile e minuta, era un autista di risciò che, nonostante la tragica situazione,  continuava a massacrarsi di lavoro ed a sorreggere la moglie depressa e demotivata, guidato soltanto dall’amore per il figlio, sua vera ragione di vita.

Uno degli scatti della mostra riprende la coppia durante un viaggio in autobus, in cui la moglie, stremata, poggia il capo sulla spalla del marito, esausto ma sicuro di sé. La scelta del contro luce e di una focale piuttosto “cruda e reale”, probabilmente sui 35mm, esalta la pesantezza della scena.

Interessante e condivisibile, secondo il mio parere, anche la critica che pone all’approccio mentale che si ha con la fotografia digitale, spesso frenetica e poco attenta a concentrarsi su quello che davvero rappresenta la foto scattata. Ad esempio, per quel che mi riguarda, preferisco non usare lo scatto a raffica durante gli eventi sportivi, ma con pazienza cercare di catturare il momento giusto, quello che davvero comunica un’emozione.

Vi saluto con un pensiero di Stanley, da appendere al muro:

fuori ci sono tantissime storie che aspettano solo di essere svelate. Il fotografo deve essere paziente, dedicare tempo alle persone in modo da riuscire a fare emergere quelle storie, ed immortalarle in uno scatto, più immortale di qualsiasi filmato. 

AGGIORNAMENTO:
La foto di cui parlo sopra è la seguente:

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L'autore / Bruno Faccini

faccini.bruno@gmail.com

Ferrara, classe 1983, laurea magistrale in Ingegneria dell’Informazione, creativo, suono la chitarra elettrica e adoro i videogiochi.

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