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Rullino fotografico: guida alla scelta

da | Apr 14, 2023 | Fotografia analogica | 0 commenti

Nel pieno risorgimento della fotografia analogica (o meglio: fotografia a pellicola) chi si avvicina per la prima volta a questa disciplina deve innanzitutto confrontarsi col fatto che per fare i suoi primi scatti dovrà scegliere il rullino fotografico giusto.

Vediamo insieme come scegliere la pellicola ideale in base alle proprie necessità.

1. Il formato della pellicola: rullino o pellicola piana

Foto in bianco e nero: pensa in bianco e nero

3 formati a confronto: 135, 120 e pellicola piana

Per prima cosa devi chiederti: quale formato di pellicola richiede la tua macchina fotografica?

Possiamo individuare tre macro-casi: piccolo formato, medio formato e grande formato.

Piccolo formato: 135

Il 35mm o 135 o “piccolo formato” è quello più comune per le varie reflex a pellicola e le telemetro. Il mercato abbonda di pellicole in questo formato, tipicamente in rullini fotografici con tagli da 36 o 24 pose. È quello che in digitale è noto come full-frame.

Medio formato:  120

Le pellicole cosiddette “medio formato” sono oggi disponibili nel formato 120 in grande quantità. Sono quelle che si usano per le macchine fotografiche 6×4.5, 6×6, 6×7, 6×9 e 6×12 (e anche altri). Garantiscono dalle 16 alle 8 pose per rullino, a seconda delle dimensioni del fotogramma (tipicamente 16 o 15 per le 6×4.5cm fino alle 6 per le 6×12 cm).

Grande formato

Le fotocamere grande formato (folding o banchi ottici) non usano i rullini, ma i fogli di pellicola (pellicola piana, o lastre). Le dimensioni si esprimono in pollici, con i formati più comuni come il 4×5″ fino al 8×10″.

2. Colore o bianco e nero

Rullino fotografico: pellicola in bianco e nero

Un esempio di pellicola in bianco e nero: qui l’immagine nasce monocromatica

Chi è abituato al digitale non trova intuitivo il fatto che nel mondo della pellicola la scelta tra colore e bianco e nero deve avvenire prima di scattare. Non è la fotocamera a determinare quindi se la foto sarà a colori o in bianco e nero, ma esclusivamente la pellicola.

Esistono molte emulsioni in bianco e nero e a colori. Tipicamente un rullino fotografico con pellicola a colori è più costoso del rullino in bianco e nero, ma il suo sviluppo è spesso più economico, perché standardizzato e automatizzato. Il processo più usato è il C-41.

3. Positivo o negativo

Foto in bianco e nero: usare lo smartphone con profilo monocromatico

Ektar 100 di Kodak è una pellicola “Reversal”, usabile quindi per ottenere diapositive

Molte pellicole sono in formato negativo, cioè l’immagine su di esse si imprime come il negativo della scena originale, richiedendo una ulteriore inversione, tipicamente al momento della stampa o dopo la scansione, per riottenere il positivo. Si tratta del formato di rullini fotografici più comune e anche facile da usare, perché tipicamente le pellicole negative sono più indulgenti rispetto a piccoli errori di esposizione. Alcune pellicole negative possono essere invertite, tramite apposita procedura chimica, per trasformarle in diapositive.

Le pellicole positive sono appunto quelle destinate ad essere “proiettate” (diapositive). Sono meno comuni e richiedono grande precisione nell’esposizione, e richiedono dei procedimenti di sviluppo meno reperibili. Il processo per lo sviluppo a colori per le diapositive è tipicamente l’E-6.

4. Sensibilità

Ombre nella fotografia in bianco e nero

Due pellicole agli estremi: la Rollei RPX da 25 ISO e la Kodak TMax da 3200 ISO

La sensibilità della pellicola, espressa in ISO come nel digitale, ci dice quanta luce è necessaria per fare in modo che l’emulsione inizi a reagire alla luce (è una semplificazione) cioè sia capace di produrre una densità minima in fase di sviluppo. In parole più semplici, ci dice quanto è sensibile alla luce. Esistono pellicole poco sensibili, anche da 6 ISO, e pellicole molto sensibili da 3200 ISO. La grande differenza rispetto al digitale è che, a parte qualche rarissima eccezione, è necessario mantenere lo stesso indice di esposizione (gli stessi ISO per intenderci) per tutto il rullino. Quindi se uso un rullino fotografico molto sensibile, da 3200 ISO per esempio, tutte le foto dovranno essere scattate a quella sensibilità. Questo si traduce nell’impostare quel valore ISO nell’esposimetro (integrato o esterno) prima di fare le rilevazioni per decidere le accoppiate tempo/diaframma.

Questi valori, riportati sulle confezioni, sono in realtà puramente indicativi e tipicamente sono troppo ottimistici. Sovraesporre di 1 stop (ad esempio usare un rullino da 400 ISO esposto a 200 ISO), tecnica chiamata “pull”, soprattutto nel bianco e nero, può aiutare ad ottenere risultati migliori, a patto di segnalare la cosa al laboratorio che sviluppa le foto, o se siamo noi a sviluppare, a ridurre conseguentemente il tempo di sviluppo. Viceversa è possibile “spremere” una pellicola aumentando lo sviluppo ed esponendola con un indice di esposizione più alto (tecnica chiamata “push”). Ad esempio la Ilford HP-5 viene dichiarata come una pellicola 400 ISO usabile anche a 800 e 1600 ISO. L’effetto che si ottiene è quello di una maggiore grana, contrasto più elevato e parti in ombra meno leggibili.

I rullini fotografici con sensibilità elevate, comunque, producono una grana più grossa ed evidente rispetto ai rullini a bassa sensibilità.

5. Processo di sviluppo

Contrasto foto bianco e nero

Kit della Bellini per lo sviliuppo C41

Se compriamo partite di rullini usati, verifichiamo che il loro processo di sviluppo sia effettivamente ancora disponibile presso i laboratori.

I rullini fotografici in bianco e nero sono tutti sviluppabili con le chimiche classiche (D76, Rodinal, X-TOL, ecc.) mentre per il colore il processo più diffuso in assoluto è il C-41 per il negativo e l’E-6 per il positivo.

Alcuni processi come il K14 per le pellicole Kodachrome sono irreperibili e dunque i rullini di quel tipo non sono più sviluppabili.

6. Bilanciamento del bianco (per il colore)

Rullino di pellicola a colori per luce a tungsteno

Un rullino di pellicola a colori a 800 ISO tarata per la luce al tungsteno. Se usata alla luce del sole, i colori saranno falsati.

Questa valutazione ha senso solo per le pellicole a colori, ma anche questo è uno di quei casi a cui i nativi digitali fanno fatica ad orientarsi. Mentre con le fotocamere digitali è possibile modificare il bilanciamento del bianco per ogni fotogramma, nel caso delle pellicole a colori è necessario sapere se l’emulsione usata è adatta al tungsteno o alla luce diurna ed eventualmente usare un filtro appropriato per modificare il bilanciamento del bianco in fase di ripresa.

7. Sensibilità spettrale (per il bianco e nero)

Postproduzione delle foto in bianco e nero

Sensibilità spettrale a confronto tra la Rollei RPX 25 e la Ilford PAN-F 50. Come si nota, la prima è più sensibile della seconda alle lunghezze d’onda maggiori (rosso)

Nel caso del bianco nero dobbiamo sempre chiederci: con quale tonalità di grigio verrà riprodotto un certo colore?
Ecco che quindi entra in scena la sensibilità spettrale, cioè la sensibilità della pellicola rispetto alle varie frequenze della radiazione luminosa. Questa caratteristica dipende dalle caratteristiche chimiche scelte per l’emulsione, e può dare rese completamente diverse.

Si distinguono innanzitutto le seguenti tipologie di pellicole in bianco e nero, tra quelle ancora reperibili in commercio: ortocromatiche, pancromatiche, iperpancromatiche, infrarossi.

Per capire questi concetti basti sapere che la luce che vediamo è spalmata su varie frequenze, cioé lunghezze d’onda, che generano il cosiddetto “arcobaleno” (lo spettro visibile). Le frequenze più alte, cioè le lunghezze d’onda minori, sono corrispondenti al blu e sfociano nell’ultravioletto (che non vediamo), mentre le frequenze più basse, cioè le lunghezze d’onda maggiori, corrispondono ai rossi e sfociano nell’infrarosso. Non essere sensibili (o esserlo poco) ad un colore, significa che esso verrà reso sempre con un grigio scuro o nero. Una spiccata sensibilità invece provoca una resa che è tanto più chiara quanto più il soggetto è luminoso.

Le pellicole ortocromatiche sono sensibili al blu e al verde, ma non al rosso, dunque tutti gli elementi rossi vengono rappresentati come neri o comunque molto scuri.

 

Finestra per l'estrazione delle cartelle compresse in Windows

Una pellicola ortocromatica della Ilford. Fotografando una ragazza con lentiggini e rossetto rosso otterremo un’accentuazione delle lentiggini stesse e labbra nere

Le pellicole pancromatiche sono sensibili a tutti i colori, ma naturalmente non allo stesso modo e non in modo uniforme tra tutte le pellicole. Ad esempio i due diagrammi riportati poco sopra evidenziano una serie di risposte diverse. Il risultato pratico è il cambio della resa tonale su ritratti piuttosto che panorami, ecc.

Le pellicole iperpancromatiche sono come le pancromatiche, ma hanno più sensibilità alle lunghezze d’onda ai limiti dell’infrarosso.

Infine le pellicole infrarosse sono sensibili anche alle frequenze dell’infrarosso, che l’occhio umano non percepisce. Con esse si può usare un filtro R72 che taglia via tutte le altre frequenze luminose, per catturare solo gli infrarossi, ottenendo effetti creativi molto particolari, in particolare con la vegetazione e il cielo.

Esistono qundi in commercio rullini fotografici con pellicole i cui comportamenti sono decisamente differenti tra loro.

Finestra per l'estrazione delle cartelle compresse in Windows

Rollei Infrared – Una pellicola a infrarossi

8. Rullini scaduti o non scaduti

Visto il costo sempre più elevato dei rullini fotografici, o a volte anche per ottenere effetti imprevedibili, c’è chi ricorre al mercato dei rullini scaduti.

Se il rullino è stato ben conservato è possibile anche dopo 10 o 20 anni ottenere immagini soddisfacenti, soprattutto per il bianco e nero, ma è inevitabile che la pellicola diventi più opaca o presenti difetti che possono rendere irriconosibili le foto.

Anche se la validità di questo consiglio sarebbe da verificare di volta in volta, cosa impossibile nella pratica, di solito è consigliabile considerare una sensibilità effettiva della pellicola di 1 stop in meno ogni 10 anni dalla scadenza. Ad esempio una 400 ISO scaduta da una ventina d’anni è da considerare come una 100 ISO.

 

Conclusioni

La scelta della pellicola è proprio uno degli aspetti che accende l’entusiasmo per la fotografia analogica, perché mentre con una fotocamera digitale la resa del sensore è sempre la stessa, nel caso dell’analogico ad ogni cambio di pellicola le cose cambiano completamente. Non a caso, accanto alle emulsioni classiche, sono comparse sul mercato negli ultimi anni tantissime emulsioni che producono effetti speciali anche imprevedibili.

Anche se l’entusiasmo è una cosa positiva, il consiglio per chi vuole invece ottenere risultati prevedibili è quello di concentrarsi su pochissime emulsioni, provandole magari su più formati, e cercare di capire come ottenere il massimo da esse nelle varie situazioni.

Se siete alla ricerca di un rullino fotografico adatto al vostro scopo, ecco alcuni link tramite i quali potete fare un confronto dei costi dei rullini.

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Paolo Niccolò Giubelli

Paolo Niccolò Giubelli

L'autore

Nasce a Ferrara il 29 agosto 1983. Frequenta il liceo scientifico e poi ottiene la laurea specialistica in Ingegneria Informatica all'Università di Ferrara. Appassionato fin da piccolissimo d'informatica, nel 2006 è cofondatore dell'azienda ITestense di Ferrara, in cui da allora lavora come esperto di comunicazione sul web. Qui capisce che il ruolo dell'immagine, e quindi della fotografia, è fondamentale. Dal 2010 è cofondatore, assieme all'amico e collega Bruno Faccini, del blog "Occhio Del Fotografo". Dal 2021 si interessa di fotografia analogica.

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