Intervista al fotografo Luciano Marchi

Abbiamo avuto la fortuna di conoscere Luciano Marchi, autore già di diversi libri fotografici, noto soprattutto per le sue foto paesaggistiche. Lavora a Porretta ed è molto legato al suo territorio, che nel corso della sua carriera ha fotografato in lungo e in largo. Vi proponiamo questa intervista, ricca di spunti, che sicuramente vi stimolerà a parecchie riflessioni! Vi raccomandiamo anche di seguire la sua nuova pagina facebook, dove periodicamente vengono pubblicate le foto!

Luciano Marchi, un grande fotografo che abbiamo avuto la fortuna di conoscere di persona per motivi di lavoro. Com’è nata questa grande passione?

Io sostengo sempre che non sei tu a scegliere la passione, ma che è quest’ultima a impadronirsi di te. Quella per la fotografia è nata all’improvviso, in maniera devastante; forse inserita in una sensibilità che avevo curato con gli studi musicali. Subito, poi, la passione “fotografica” si è affiancata in maniera naturale a quella per la montagna. Tutto è iniziato da lì.

Curiosità da tecnici: qual è stata la tua prima macchina fotografica che hai usato per lavorare?

Erano altri tempi. L’approccio allo strumento (indispensabile a far partire la passione) permetteva scelte ampie. Sono partito con Pentax, che da subito ha accontentato le mie esigenze “paesaggistiche” e di reportage (dimensioni contenute, qualità ottica). Subito dopo, però, ho affiancato al 35 mm il medio formato (6X6, Hasselblad; e alcune “panoramiche”)

Lasciamo da parte la tecnica, e veniamo allo stile. Tu sei noto per i paesaggi e per i momenti di vita “catturati” nel tuo territorio, materia su cui tra l’altro hai già pubblicato diversi volumi. Spiegaci meglio il tuo stile e quello che ti piace fotografare, e perché ti piace farlo.

Ho già parlato del mio amore per la montagna, particolarmente quella del nostro Appennino; e di come io abbia messo assieme due passioni sentite. Del paesaggio (fotografato) amo un po’ tutto: l’approccio, la ricerca, lo studio della luce, la composizione, il formalismo; persino i sacrifici necessari (levatacce, freddo, acqua, neve). Diciamo che, sin dagli inizi, quello stile mi ha concesso una maturazione personale e tecnica, rappresentando una palestra che mi ha permesso di dedicarmi ad altro. Del resto paesaggio vuol dire anche territorio, e quindi persone, costume, tradizioni, gente. A oggi posso dire che quanto ho prodotto in passato ha funto quasi da tappa di avvicinamento agli stili che oggi porto avanti, anche solo per ricerca. Mi sto riferendo a quell’immagine antropologica che mi avvicina all’individuo, alle tradizioni, al racconto, alla memoria storica. Questo per dire che la passione per la fotografia si è consolidata, maturando: allargandosi su fronti diversi; gli stessi che forse, agli inizi, non arrivavo neanche a immaginare.

Quando nel tuo negozio di Porretta ci hai fatto vedere i tuoi lavori, una delle cose che ci ha colpito sono state le fotografie matrimoniali, che spesso vengono “uccise” da vincoli commerciali che poco hanno a che fare con la passione fotografica. Come leghi la fotografia matrimoniale al tuo stile personale che ci hai descritto prima?

La fotografia di matrimonio è sempre vissuta sotto il cappello di un grande equivoco: essendo commerciale (ma anche professionale, non dimentichiamolo), ha attirato presso di sé più critiche che elogi. Nel gergo comune, veniva considerata una specialità di serie B: forse perché ineluttabile, obbligatoria, necessaria. Tutto questo è falso, almeno nei termini dell’abilità (termine che amo poco) e della professionalità (quella vera, però). Per essere un bravo matrimonialista occorre possedere una consapevolezza fotografica senza pari. Quel giorno accade tutto e non puoi scegliere nulla: né l’ora, tantomeno la luce o gli accadimenti; c’è tanto da raccontare, però, di vita e persone. Non solo, si può indagare nei volti, nelle emozioni, nei frammenti di esistenze convenute, tutte assieme, a celebrare “quella giornata” che poi sarà per sempre. Teniamo conto, in aggiunta, che si va a documentare un rito, ma anche comportamenti a contorno. Per finire, in un matrimonio c’è il formalismo (inquadrature e via dicendo) ma anche il ritratto e il reportage. Non è poco.

Che consiglio daresti a chi si vuole buttare in questo mondo, magari non per lavoro, ma neanche come semplice hobby della domenica?

Di non farsi ingannare. Le tecnologie recenti hanno reso l’approccio molto semplice: questo per dire che oggi è facile produrre un risultato accettabile senza sforzi eccessivi. Si vive poi nella convinzione che i SW possano fornire delle scorciatoie per migliorarsi, non sofrendo: quasi che Photoshop o altri applicativi riescano a completare la propria abilità. Ecco sì, forse è facile farsi dire che si può diventare “abili”, furbi, ricchi di dimestichezza. La realtà però rimane quella di sempre: uno scatto buono (non solo bello!) nasce dalla sensibilità, dalla ricerca, dalla cultura, dall’interessamento nei confronti delle tendenze. Occorre stimolare le idee, ecco tutto: i progetti. Lo studio della fotografia, non solo nella tecnica, può risultare sostanziale: questo anche al fine di sviluppare un linguaggio personale. Si vedono troppe cose uguali in giro; e questo non fa bene neanche alla fotografia.

Che cosa ne pensi? Sei d’accordo con Luciano Marchi? Ogni commento, parere e condivisione è molto importante per noi, e speriamo che questo articolo ti sia stato utile!

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L'autore /

paoloniccolo.giubelli@gmail.com

Paolo Niccolò Giubelli nasce a Ferrara il 29 agosto 1983. Frequenta il liceo scientifico A.Roiti e poi ottiene la laurea specialistica in Ingegneria Informatica all'Università di Ferrara. Appassionato fin da piccolissimo all'informatica, nel 2006 è cofondatore dell'azienda ITestense di Ferrara, in cui da allora lavora nel settore internet, dove capisce che il ruolo dell'immagine, e quindi della fotografia, è fondamentale. Dal dicembre 2010 è cofondatore, assieme all'amico e collega Bruno Faccini, del blog "Occhio Del Fotografo", nato dall'idea di fondere la nostra competenza sul mondo internet con il nostro hobby preferito: la fotografia.

6 Comments

  • Jack Boss
    Ottobre 23, 2013

    "Lo studio della fotografia, non solo nella tecnica, può risultare sostanziale: questo anche al fine di sviluppare un linguaggio personale. Si vedono troppe cose uguali in giro; e questo non fa bene neanche alla fotografia."

    Sono assolutamente d'accordo con questo passaggio finale. In generale un intervista interessante per chi, come me, è interessato alla paesaggistica

  • Nicola d'Altilia
    Ottobre 23, 2013

    “Lo studio della fotografia, non solo nella tecnica, può risultare sostanziale: questo anche al fine di sviluppare un linguaggio personale. Si vedono troppe cose uguali in giro; e questo non fa bene neanche alla fotografia.”

    Sono assolutamente d’accordo con questo passaggio finale. In generale un intervista interessante per chi, come me, è interessato alla paesaggistica

  • Nicola d'Altilia
    Ottobre 23, 2013

    “Lo studio della fotografia, non solo nella tecnica, può risultare sostanziale: questo anche al fine di sviluppare un linguaggio personale. Si vedono troppe cose uguali in giro; e questo non fa bene neanche alla fotografia.”

    Sono assolutamente d’accordo con questo passaggio finale. In generale un intervista interessante per chi, come me, è interessato alla paesaggistica

  • Salvatore Arcidiacono
    Ottobre 23, 2013

    io sottoscritto

  • Salvatore Arcidiacono
    Ottobre 23, 2013

    io sottoscritto

  • Riccardo Moser
    Ottobre 23, 2013

    Le foto di paesaggi sono come la poesia, solo chi la sente dentro riesce ad apprezzarle veramente. poi sottoscrivo l’ultimo pensiero sullo studio della fotografia.

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