Una bella fotografia va spiegata?

Abbiamo chiesto alla nostra community (su Facebook, YouTube e Instagram) se una bella fotografia ha bisogno o meno di una spiegazione e le risposte sono state tante, segno che è un tema che fa riflettere le persone e che porta ciascuno di noi ad evidenziare una propria particolare sensibilità.

Premesso che non c’è una risposta valida per tutti, ecco la nostra opinione.

La “bontà” di una foto

Prima di tutto bisogna considerare il fatto che quello delle immagini è un linguaggio, tra l’altro molto potente perché fa leva sulle parti più primitive del nostro cervello, quelle più legate ai sensi e dunque quelle che suscitano in noi le reazioni più istintive. Un linguaggio ha come scopo primario quello di comunicare e dunque una “buona” fotografia dovrebbe essere innanzitutto capace di trasmettere “bene” un messaggio dal mittente al destinatario.

A tal proposito ricordiamo Carl Barks, forse il più grande disegnatore Disney – nonché colui che ha inventato Zio Paperone e che ha dato corpo e sostanza alla “famiglia dei paperi” – che valutava in modo critico le proprie tavole da disegno cercando di capire se la storia si potesse capire anche solo dai disegni, senza l’uso delle parole; in caso positivo il lavoro era ritenuto da lui corretto, viceversa l’artista ricominciava daccapo.

Il concetto di “buona” si può applicare a tante situazioni diverse: anche la fotografia di un vasetto di marmellata su sfondo bianco è una buona fotografia se trasmette ciò che il produttore vuole: quanto buona, dolce, colorata e “succosa” è la frutta che essa contiene, tanto da farci venire voglia di assaggiare il prodotto. Difficilmente le parole, aggiunte alla foto, possono essere così efficaci, mentre possono esserlo per comunicare altri valori come ad esempio il fatto che sia dietetica.

Da qui si può concludere che se una fotografia riesce a comunicare sfruttando appieno le potenzialità del mezzo visivo, indipendentemente da qualsiasi altro linguaggio di comunicazione parallelo, allora ha assolto il suo scopo. Si pensi alla celebre foto scattata in Vietnam da Huynh Cong, dove si vedono gli abitanti di un villaggio, tra cui una bambina diventata poi celebre, che scappano dai bombardamenti col Napalm: in una foto è raccontata la tragedia della guerra con una intensità tale che è impossibile rimanere indifferenti. E’ una bella foto? No, ma sicuramente funziona, perché in un istante ci comunica che cosa è la guerra.

Dal buono al bello: dalla funzione all’estetica

Diverso è invece il concetto di bello, rispetto a quello di buono, perché ci fa passare da una valutazione funzionale ad una estetica. Il termine “estetica” deriva dal greco, e significa “sensazione”.

Da qui si aprono mille possibilità: una bella foto può essere tale perché è particolarmente ricca di elementi in armonia tra loro, o perché ha “ritmo” o ancora perché presenta gradevoli contrasti o perché il soggetto è esso stesso bello ed è stato “rispettato” dal fotografo, che non ne ha sminuito le caratteristiche positive. Insomma, la bellezza è appunto un concetto che deriva dall’estetica, intesa come la ricerca del bello, che da sempre l’umanità porta avanti coi mezzi che ha disposizione.

La bellezza in fondo che cosa è? E’ la capacità di conformarsi – in senso buono – al gusto,  vuoi perché il nostro cervello funziona in un certo modo o vuoi perché nella nostra cultura alcune cose sono ritenute belle e altre no. Crediamo sia un grande mistero, che speriamo non verrà mai svelato dalle neuroscienze, rovinandoci in tal caso il gusto di “inciampare” nel bello mentre lo cerchiamo, potendolo costruire in modo algoritmico.

Il bello può essere addirittura in una immagine astratta, senza alcun significato, dove è la nostra stessa mente a mettersi in moto per trovarne uno. Ecco che allora il bello non comunica un concetto, ma una sensazione, e di per sé questo non dovrebbe richiedere ulteriori spiegazioni. Il sentimento però, può essere al servizio della comunicazione, perché ci mette in una condizione di maggiore o minore ricettività.

L’esperienza dell’osservare: il ruolo dell’intelletto

Osservare una fotografia è però anche un’esperienza per la quale, come per tutte le altre, l’essere umano è attrezzato con ben 5 sensi; in più c’è l’intelletto, che ha tempi di reazione e capacità che lo collocano ad un livello più “alto” rispetto ad essi: infatti ne classifica le informazioni e mette queste ultime in relazione con altre esperienze pregresse. Non si tratta comunque di due mondi separati – quello dei sensi e quello dell’intelletto – ma di due parti dello stesso cervello che possono collaborare positivamente. Ad esempio: quanto si impara da un insegnante che ci coinvolge modulando bene il tono della sua voce e che usa immagini esplicative, rispetto a chi dice esattamente le stesse cose con l’enfasi di chi legge l’elenco del telefono?

L’intelletto ha come sua massima aspirazione quella di legare le cose tra loro, ed è per questo motivo, dunque, che alcune foto acquistano un significato molto particolare quando ce ne viene spiegato il retroscena o il contesto. Non necessariamente, però, si tratta di foto belle o buone, ma diventano un mezzo per arricchire una narrazione, che necessariamente diventa completa solo se integrata con altri mezzi.

Una foto non particolarmente “bella” né “buona”, scattata alle Olimpiadi della Città del Messico nel 1968. Senza conoscerne il contesto (la lotta per i diritti civili degli afroamericani negli anni ’60 negli USA) essa racconta molto poco, soprattutto a chi non ha vissuto quel periodo.

Il ruolo della tecnica

La tecnica fotografica può essere al servizio del buono e del bello: nel primo caso compiendo scelte che semplificano e potenziano la comunicazione, nel secondo costruendo quelle armonie che rendono la foto, appunto, bella.

Quindi? Una bella foto va spiegata?

La domanda era posta in modo volutamente semplice, ma sulla base di quello che abbiamo scritto possiamo dedurre che:

  • Una foto né bella né buona, ha senso solo se integra una spiegazione
  • Una foto buona non va spiegata
  • Una foto bella suscita una “sensazione”, ma in quanto tale deve essere autosufficiente
  • Una foto bella e/o buona può essere arricchita da una spiegazione, arricchendo l’esperienza della osservazione

E se ti eri perso i brevi video introduttivi, eccoli:

 

L'autore /

paoloniccolo.giubelli@gmail.com

Paolo Niccolò Giubelli nasce a Ferrara il 29 agosto 1983. Frequenta il liceo scientifico A.Roiti e poi ottiene la laurea specialistica in Ingneria Informatica all'Università di Ferrara. Appassionato fin da piccolissimo all'informatica, nel 2006 è cofondatore dell'azienda ITestense di Ferrara, in cui da allora lavora nel settore internet, dove capisce che il ruolo dell'immagine, e quindi della fotografia, è fondamentale. Dal dicembre 2010 è cofondatore, assieme all'amico e collega Bruno Faccini, del blog "Occhio Del Fotografo", nato dall'idea di fondere la nostra competenza sul mondo internet con il nostro hobby preferito: la fotografia.

2 Comments

  • paolo fotografo
    Marzo 29, 2018

    La tecnica non é mai sufficiente per spiegare una foto. Se la foto é buona, forse no c’é bisogno di dire niente. Però se c’é in gioco la idelogia o un problema sociale (esempio la foto delle olimpiadi che suggerite), credo che é necessario spiegare (per esempio, le foto del World Press Photo hanno bisogno di una spiegazione per essere capite bene). Molto interessante il tuo testo. ¡Ritorneró!

  • Cristiana Vascellari
    Maggio 21, 2018

    Una bella foto va spiegata perchè un occhio profano non sa cogliere le qualita tecniche e a volte anche il significato. Ma quando gli vengono sottolineati impara a capirli e a goderne. Quella foto diventa per lui una lente per entrare in un mondo sconosciuto.

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