Video corso di fotografia – Puntata 4 – Diaframma e Profondità di Campo

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L’occhiodelfotografo presenta “Video corso di Fotografia – Nozioni base”, a cura di Bruno Faccini e Paolo Niccolò Giubelli.
In questa puntata scopriamo il concetto di profondità di campo, andando a vedere quali sono gli effetti che le diverse scelte di apertura del diaframma comportano sulla nostra fotografia. Tutto questo sarà accompagnato da numerosi esempi visti in studio. Concludiamo così l’argomento “esposizione” e spieghiamo la regola degli stop, molto utile in fotografia, che intuitivamente ci fa capire quanta luce facciamo entrare nella fotocamera a seconda di come variamo i parametri, grazie alla cosiddetta regola della reciprocità.
Verrà inoltre presentata la modalità di scatto “priorità diaframma“, che può semplificarci molto l’impostazione della reflex per una buona esposizione quando la profondità di campo è il fattore critico per la nostra foto.

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Variazione tonale e luci: vedere la tridimensionalità in una foto

variazione tonale: matrioska

Fig.1 - Bassa variazione tonale

In precedenza abbiamo parlato della distorsione prospettica.  Oggi invece approfondiremo l’aspetto della variazione tonale di un soggetto fotografato, cioè la presenza, su di esso, di zone di luce e zone d’ombra.

Quando stiamo guardando un’immagine bidimensionale, per esempio una fotografia, la variazione tonale costituisce un “indizio visivo” che permette al nostro cervello di avere un’immediata percezione della tridimensionalità della scena. In assenza di distorsione prospettica infatti, la variazione tonale è la risorsa principale da sfruttare nella fase di composizione della foto al fine di esaltarne la profondità!

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Percepire la profondità di una foto: la distorsione prospettica

Questo argomento mi sta molto a cuore, perché è stato uno dei primi su cui io e Paolo Niccolò abbiamo avviato una di quelle discussioni interminabili, che ci hanno provocato un’insaziabile sete di conoscenza su questi argomenti: del resto abbiamo studiato ingegneria, e capire a fondo il funzionamento di ogni cosa diventa un’abitudine mentale..:)

La domanda è la seguente: come fa il nostro cervello a percepire la tridimensionalità di un oggetto rappresentato in una foto bidimensionale?

Schema cubo

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Circolo di confusione e profondità di campo

Il circolo di confusione è un parametro ottico relativo alla nitidezza delle immagini.

Possiamo immaginare il fascio di luce che trasforma l’informazione relativa ad un punto dell’immagine come un cono che parte dal soggetto e arriva alla lente, la quale ha il compito di “ribaltare” il cono facendo riconvergere il fascio ad un punto proiettato sul sensore o sulla pellicola. Il soggetto è a fuoco quando il cono termina esattamente sul sensore, disegnando un punto. Gli elementi posti a distanze diverse proietteranno invece dei cerchi con un raggio che varia in funzione della distanza dalla linea di fuoco (vedi figura).

Fonte Wikipedia, licenza GNU

Fonte Wikipedia, licenza GNU

Come abbiamo già detto quando abbiamo parlato di iperfocale, l’occhio umano ha un certo margine di tolleranza all’interno del quale può considerare una immagine molto nitida come messa a fuoco, anche se in realtà ingrandendo si può notare una certa sfocatura, ossia anziché un punto si scorge un piccolo cerchio. Il circolo di confusione è appunto il più piccolo cerchio che l’occhio umano può percepire come tale, ossia dotato di un certo raggio, da una certa distanza. Cerchi più piccoli verrebbero visti come punti privi di dimensioni.

Il circolo di confusione serve proprio per indicare qual è il limite oltre il quale l’occhio umano considera l’immagine sfocata. In particolare, un occhio umano sano può percepire come distinte linee distanti non meno di 0,2 mm tra loro ad una distanza di 25 cm.

Quando osserviamo una foto lo facciamo sempre o su una stampa o su un monitor e non sulla pellicola o sul sensore, situazioni in cui l’immagine è stata fortemente ingrandita rispetto appunto alla sorgente. Quindi bisogna valutare, per un supporto, qual è il fattore di ingrandimento rispetto al sensore/pellicola e dividere il circolo di confusione per questo fattore di ingrandimento. Ad esempio, se il sensore è un APS-C da 22.2×14.18 mm e vogliamo stampare la foto su un comune 15×10 cm (150×100 mm) significa che il fattore di ingrandimento è circa di 6.7 volte e quindi il circolo di confusione da usare dovrebbe essere 0.2 / 6.7 = 0.029 mm.

Considerazioni circa la profondità di campo

Il circolo di confusione è molto usato specialmente da chi fabbrica obiettivi, come fattore che ne determina la qualità. Inoltre, è un importante concetto che sta alla base della teoria della profondità di campo, in quanto si capisce perché per ridurla o aumentarla, è necessario in fondo agire proprio sui circoli di confusione, rispettivamente allargandoli o restringendoli.

Prendiamo ad esempio il diaframma: allargandolo o restringendolo, andiamo proprio ad allargare o restringere i coni di proiezione sul sensore / pellicola, per cui andiamo a diminuire o ad aumentare la quantità di punti che effettivamente vengono proiettati come tali sul supporto impressionabile rispetto ai cerchi. In che modo? Se si guarda lo schema sottostante, si capisce subito che i circoli disegnati sul sensore si allargano molto più velocemente mano a mano che ci si allontana dal piano di fuoco quando il cono è più largo, il che dimostra che allargare il diaframma riduce la profondità di campo.

Schema sul circolo di confusione

I cerchietti indicano come verrebbero proiettati due punti posti a diverse distanze sul sensore. Quando il diaframma è più aperto, a parità di distanza i circoli proiettati hanno un raggio maggiore.

Oltre al diaframma, sappiamo bene che uno dei fattori che incide sulla profondità di campo è la lunghezza focale, che ricordiamo essere la distanza tra la lente e il piano di proiezione. Se riconsideriamo lo schema di prima, però, possiamo intuire facilmente che se si allontana il piano di proieizione dalla lente il cono di luce si stira longitudinalmente, diminuendo il raggio e quindi il raggio dei circoli portandoci alla conclusione contraria alle nostre aspettative: la lunghezza focale incide positivamente sulla profondità di campo (anche se molto meno del diaframma).

Perché però nella realtà quotidiana sperimentiamo esattamente l’effetto inverso?

Questo è dovuto al fatto che le ottiche “lunghe” si usano in modo molto diverso dalle normali o dai grandangoli. Se consideriamo a titolo di esempio un obiettivo da 200mm confrontato con un 50mm, con il primo riusciamo ad isolare un dettaglio piuttosto lontano da noi, il quale occuperà una buona area dell’immagine finale; con il secondo obiettivo, se fotografassimo alla stessa distanza otterremmo un’immagine molto diversa. Potremmo dunque avvicinarci fino ad ottenere lo stesso rapporto tra il soggetto e l’area complessiva della foto che avevamo ottenuto col 200mm e allora noteremmo che effettivamente la profondità di campo è un po’ diminuita. Infatti qui ritroviamo un altro concetto che l’esperienza ci insegna molto bene: più il soggetto che mettiamo a fuoco è vicino alla lente, più si stringe la profondità di campo.

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Iperfocale e profondità di campo

Una delle prime cose che si impara in fotografia e che un obiettivo è capace di mettere a fuoco, in un dato momento, esattamente ad una e una sola distanza dalla macchina fotografica. Ogni oggetto che non è collocato su questa linea immaginaria in realtà non è a fuoco, ma come tutti noi ben sappiamo, questo non significa che non sia sufficientemente nitido per far credere al nostro occhio che in realtà sia a fuoco. Questa “fascia di nitidezza” è chiamata profondità di campo e dipende essenzialmente da tre fattori:

  1. Lunghezza focale dell’obiettivo – Più aumenta più la profondità di campo si restringe
  2. Apertura del diaframma – Più il diaframma è aperto, più la profondità di campo si restringe
  3. Distanza a cui si mette a fuoco – Più è vicino l’oggetto che mettiamo a fuoco, più la profondità di campo si restringe

Se è vero che in molti casi giocare con lo sfocato ci dona foto bellissime, in altri vogliamo rendere nitidi sia gli oggetti in primo piano che quelli sullo sfondo, e per farlo la tecnica migliore è quella del calcolo della distanza iperfocale. Tra l’altro, avere qualche oggetto in primo piano quando si vuole fare una foto panoramica ci consente di evitare quel terribile “effetto cartolina” dal quale tutti noi vogliamo fuggire, quindi conoscere questa tecnica può essere molto utile proprio per darci lo spunto a fare foto non banali.

Questa tecnica sostanzialmente si può riassumere come modo per ottenere una profondità di campo che si estende, a partire da una certa distanza da noi, fino all’infinito, proprio giocando sui tre fattori elencati prima, e in particolare in base alla formula

H = ((f^2) / (N * c)) + f

dove

  • H è la distanza iperfocale espressa in millimetri
  • f è la lunghezza focale espressa in millimetri
  • N è l’apertura del diaframma (espresso come rapporto di apertura, quindi ad esempio 1.4 per un diaframma f/1.4)
  • c è il circolo di confusione, che in rapporto alle pellicole è pari a 0.016 mm per il formato APS-C e 0.026 mm per il formato full frame.

Ad esempio se fossi in montagna con la mia Canon 550D (APS-C)  e volessi riprendere le cime che mi circondano così come i massi di roccia davanti a me potrei scegliere come valori f/11, 50mm e in questo modo la formula mi restituisce che la distanza iperfocale H = 14.254 mm = 14,25 metri.

Come usare dunque questa distanza? E’ semplice, basta collocarsi in modo tale che la distanza tra la il sensore della fotocamera reflex e l’oggetto in primo piano sia pari ad almeno la metà della distanza iperfocale, e tutto verrà accettabilmente nitido! Nell’esempio sopra citato dovrei dunque posizionarmi con la fotocamera a circa sette metri dai massi.

Usare formule matematiche piuttosto che tabelle prefatte può non essere sempre la soluzione più comoda, anche se sicuramente è un modo per iniziare a fare qualche esperimento con un po’ di tempo a disposizione. In questo modo si può iniziare ad imparare a conoscere bene le ottiche che possediamo, che, come abbiamo già osservato più volte, sono in realtà pezzi unici e quindi si comportano non sempre secondo rigide equazioni.

Proprio perché un bravo fotografo ha un occhio allenato, questi deve anche iniziare ad imparare a valutare le distanze con una certa approssimazione senza l’uso di strumenti. Se non si vogliono effettuare calcoli per ottenere la distanza iperfocale o si ha a disposizione un obiettivo con l’indicatore della profondità di campo, oppure bisogna allenare molto il proprio occhio e fare uso della propria esperienza. Il mio consiglio è quello dunque di fare varie prove con la calcolatrice a portata di mano fino a quando non si è capaci di imbroccare con sufficiente velocità le distanze giuste. Del resto, ad esempio, non abbiamo mai usato delle rigide tabelle per calcolare il diaframma giusto, bensì dopo un po’ di tempo abbiamo imparato quale valore scegliere per ottenere la nitidezza migliore.

Se l’obiettivo ha indicata la distanza di messa a fuoco e la profondità di campo allora è sufficiente allineare la tacca della ghiera in modo tale che sulla scala delle distanze punti su infinito e vedere a quale diaframma corrisponde la distanza iperfocale (vedi foto sotto, in cui si vede che la distanza con f/22 è di 50 metri sull’obiettivo da 200mm).

Obiettivo con indicazione della distanza di messa a fuoco e della profondità di campo

Obiettivo con indicazione della distanza di messa a fuoco e della profondità di campo